Non era disimpegnata. Era esaurita.
Ho conosciuto una persona che in riunione non parlava mai.
Il responsabile me l'aveva descritta come "poco motivata". Distante. Difficile da coinvolgere. Uno di quei casi in cui, forse, "non è il posto giusto".
Quando ho avuto modo di parlarle, ho capito che quella lettura era sbagliata.
Stava attraversando un periodo complicato fuori dal lavoro. Non una difficoltà passeggera: una di quelle situazioni che tolgono energia da ogni direzione, che occupano la mente anche quando non dovrebbero, che lasciano poco spazio per tutto il resto.
Il lavoro avrebbe potuto essere un punto fermo. Un luogo in cui, per qualche ora al giorno, le cose avevano una struttura, un senso, una direzione.
Invece stava diventando un peso in più.
Non perché il lavoro fosse insostenibile. Perché le condizioni in cui lavorava non la sostenevano: la esponevano. Riunioni in cui non c'era spazio per dire "oggi faccio fatica". Un responsabile che leggeva il silenzio come disinteresse, invece che come un segnale. Un sistema che chiedeva presenza senza chiedersi cosa ci fosse dietro quella presenza.
La disponibilità psicologica, la possibilità di essere davvero dentro il proprio lavoro, dipende dalle risorse fisiche, emotive e mentali che una persona ha a disposizione in quel momento (Kahn, 1990). Non è solo una scelta. È una risorsa. E come tutte le risorse, si può esaurire.
Una persona senza risorse non è disimpegnata. È esaurita.
Sono due diagnosi diverse, e portano a due interventi diversi.
La prima porta a concludere che "non è il posto giusto".
La seconda porta a chiedersi cosa può fare l'organizzazione perché quella persona torni a essere presente.
Una di queste domande costruisce organizzazioni. L'altra le svuota.
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Prenota una consulenza gratuita- Kahn, W. A. (1990). Psychological conditions of personal engagement and disengagement at work. Academy of Management Journal, 33(4), 692–724.