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Sicurezza psicologica

La sicurezza psicologica non è un concetto astratto. È una domanda concreta.

Come si sentono, e cosa dicono davvero, le persone che lavorano qui?

Non ciò che dichiarano nei questionari di soddisfazione. Non ciò che rispondono quando il responsabile è nella stanza. Ciò che pensano, ciò che si dicono tra loro, ciò che non direbbero mai in una riunione formale.

La distanza tra ciò che le persone pensano e ciò che si sentono libere di dire è un modo molto concreto di guardare alla sicurezza psicologica.

Regole di autocensura che nessuno ha scritto

Le persone non tacciono a caso. La ricerca ha individuato convinzioni implicite, spesso date per scontate, su quando è rischioso parlare al lavoro: non mettere in imbarazzo il capo davanti ad altri, non criticare un'idea senza avere già una soluzione, non esporsi senza dati solidi (Detert e Edmondson, 2011).

Nessuno le ha mai scritte. Ma molti le seguono, anche in organizzazioni che dichiarano di volere il confronto.

Quando la distanza è ampia

  • I problemi non vengono segnalati finché non diventano crisi.
  • Le idee restano nel cassetto, perché non ci si fida di come verranno accolte.
  • Gli errori si nascondono invece di diventare occasioni per imparare.
  • Le riunioni producono un accordo apparente, e fuori dalla stanza ognuno fa a modo suo.

Non perché le persone siano in malafede. Perché hanno imparato che esporsi ha un costo.

Quando la distanza si riduce

  • I problemi emergono presto, quando si possono ancora risolvere con poco.
  • Le idee circolano.
  • Gli errori diventano apprendimento condiviso.
  • Le decisioni prese in riunione vengono applicate, perché le persone hanno contribuito a costruirle.

Non è un caso che la sicurezza psicologica sia associata a più apprendimento e a una migliore performance (Frazier et al., 2017).

Una condizione da costruire

La sicurezza psicologica non è un valore da scrivere nella carta dei valori. È una condizione di lavoro, che si costruisce con comportamenti precisi, osservabili e coerenti nel tempo.

E parte da una domanda onesta: nella vostra organizzazione sapete davvero cosa pensano le persone? O sapete ciò che vi dicono quando siete nella stanza?

Volete conoscere la distanza, nei vostri team, tra ciò che si pensa e ciò che si dice?

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Fonti
  • Detert, J. R., & Edmondson, A. C. (2011). Implicit voice theories: Taken-for-granted rules of self-censorship at work. Academy of Management Journal, 54(3), 461–488.
  • Frazier, M. L., Fainshmidt, S., Klinger, R. L., Pezeshkan, A., & Vracheva, V. (2017). Psychological safety: A meta-analytic review and extension. Personnel Psychology, 70(1), 113–165.