"Come la prenderanno le persone?"
Avevo appena presentato i risultati di una diagnosi alla direzione di un'organizzazione.
I dati erano chiari. Le differenze tra i team erano ampie. Alcune aree critiche erano documentate e difficili da ignorare.
Alla fine c'è stato un silenzio. Poi la domanda: "Come la prenderanno le persone?"
Non era una domanda sulla comunicazione. Era preoccupazione.
La preoccupazione che i dati venissero letti come un giudizio: sulla guida dell'azienda, sulle decisioni prese negli anni. Che condividere quella fotografia significasse ammettere pubblicamente che qualcosa non aveva funzionato.
Ho risposto con una sola considerazione.
Le persone quella fotografia la vivono già, ogni giorno. Sanno quali team funzionano e quali no. Sanno dove c'è fiducia e dove manca. Sanno chi parla nelle riunioni e chi tace.
I dati raramente rivelano alle persone qualcosa che non sappiano già.
Lo rivelano alla direzione.
Ed è proprio questa la loro funzione. Non spaventare, non accusare: dare a chi decide la stessa visibilità che le persone hanno da sempre. Per poter intervenire con un metodo, invece che per intuizione.
Alla fine i risultati sono stati condivisi. Con una comunicazione trasparente, un piano d'azione già pronto e la disponibilità a parlarne apertamente.
La reazione delle persone non è stata quella temuta.
È stata sollievo.
Qualcuno aveva finalmente visto ciò che loro vedevano da anni.
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