Cosa resta nella stanza.
In ogni intervento organizzativo c'è un momento in cui qualcuno decide quanto dire.
Quella decisione dipende da una cosa sola: cosa la persona crede che succederà a ciò che dice.
Perché è una questione professionale
Per uno psicologo la riservatezza non è una clausola contrattuale: è un obbligo deontologico, ed è anche la condizione tecnica che rende possibile il lavoro.
Non è una regola formale applicata a un contesto aziendale. È il motivo per cui in quel contesto emerge qualcosa.
Cosa succede senza
Un gruppo che sospetta di essere riportato si comporta in modo prevedibile: partecipa correttamente, risponde alle domande, non dice nulla di rilevante.
E chi ha commissionato l'intervento riceve una restituzione rassicurante e inutile, che conferma quello che già pensava.
È il modo più efficace per spendere un budget senza ottenere informazioni.
Le regole che vanno stabilite prima
Cosa viene riportato a chi ha commissionato. Non "nulla", che sarebbe falso: l'organizzazione ha diritto a una restituzione. Ma cosa esattamente, e in quale forma.
In forma aggregata. Temi, ricorrenze, meccanismi. Mai chi ha detto cosa.
Una soglia minima. Sotto un certo numero di persone, un risultato disaggregato identifica chi ha risposto. Va detto in anticipo e rispettato.
Le eccezioni. Ci sono situazioni in cui il silenzio non è sostenibile: quando emergono comportamenti gravi. Va dichiarato prima, non deciso nel momento.
Il punto delicato
Chi commissiona a volte chiede di più: chi ha detto quella cosa, quale team ha dato quei punteggi, chi è la persona di cui si parla.
La richiesta è comprensibile e va declinata, spiegando il motivo: la volta successiva, se si risponde, nessuno dirà più nulla.
Un fornitore che cede su questo punto consegna un'informazione e distrugge lo strumento.
Come si verifica
Una domanda, prima di firmare: cosa riporterete alla direzione, esattamente, e cosa no?
Una risposta precisa è un buon segnale. Una risposta vaga è un rischio che ricadrà sulle persone che si sono esposte.
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