In un role-play, chi guarda non sta praticando.
Il formato più diffuso nelle simulazioni d'aula è questo: si spiega la situazione, si chiede un volontario, la scena si svolge davanti a tutti, poi si discute.
Funziona bene per chi ha recitato. Per gli altri è un'osservazione.
Il conto delle persone allenate
In un gruppo di quindici persone con due o tre scene, le persone che hanno praticato sono due o tre. Le altre dodici hanno assistito.
Assistere non è inutile: si impara anche osservando, soprattutto se la discussione dopo è buona. Ma produce riconoscimento, non fluenza. Chi ha visto saprà giudicare una conversazione difficile; non necessariamente condurla.
Perché il formato resiste
Perché è comodo da gestire e perché la scena unica permette una discussione comune, con tutti che hanno visto la stessa cosa.
Il costo è che l'esperienza vera la fanno in pochi, e sono quasi sempre gli stessi: chi si espone volentieri.
Le alternative
Lavorare in parallelo. Gruppi da tre, uno agisce, uno risponde, uno osserva, e i ruoli ruotano. In venti minuti tutti hanno praticato.
Osservare con un compito. Chi guarda non guarda genericamente: a ciascuno viene assegnato cosa osservare. Cambia la qualità dell'attenzione e della discussione successiva.
Ripetere la stessa scena. La seconda volta, con quello che è emerso dalla prima. È il momento in cui l'apprendimento si consolida, ed è quello che si taglia più spesso per mancanza di tempo.
Il compromesso
Il lavoro in parallelo allena di più e permette meno controllo: il facilitatore non può seguire tutti i gruppi.
La scena unica permette una conduzione più fine, utile nei gruppi in cui il rischio interpersonale è alto, ma allena pochi.
Molti percorsi usano entrambi: la scena comune per stabilire il linguaggio e mostrare il livello, il lavoro in parallelo per far praticare tutti.
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