Il role-play che nessuno vuole fare.
"Chi vuole provare?" Silenzio. Qualcuno guarda il telefono. Alla fine si offre sempre la stessa persona, quella a cui non pesa espor si.
È una scena comune, e non dipende dal carattere dei partecipanti.
Cosa si sta davvero chiedendo
Recitare una conversazione difficile davanti ai colleghi significa mostrare, in diretta, come si affronta una situazione in cui si potrebbe non essere bravi.
Se in sala c'è il proprio responsabile, o persone con cui si lavora ogni giorno, il rischio non è solo emotivo: è reputazionale.
Chi rifiuta sta facendo un calcolo ragionevole.
Cosa lo rende accettabile
La distanza. Una situazione ambientata altrove, con personaggi che non sono nessuno dei presenti, abbassa la posta senza togliere la difficoltà.
Il gruppo piccolo. Provare davanti a due persone è diverso da provare davanti a venti. Il lavoro in triadi parallele risolve gran parte del problema.
Il ruolo assegnato. Se si interpreta un personaggio con istruzioni precise, l'eventuale insuccesso è del personaggio, non della persona.
L'esempio di chi conduce. Un facilitatore che fa la prima scena, e la fa anche male in un punto, cambia il livello di rischio percepito per tutti.
La regola dichiarata. Se all'inizio si stabilisce che nulla di ciò che succede in aula esce dall'aula, e la regola viene rispettata, si costruisce una condizione che vale anche per il resto del percorso.
Cosa non funziona
Insistere. Un gruppo che percepisce l'esercizio come una prova imposta lo esegue in modo difensivo: scelgono la versione più prudente, e l'esercizio non allena nulla.
Neanche saltarlo funziona: l'aula impara che quando diventa difficile si cambia argomento.
Il punto
La resistenza a esporsi non è un ostacolo all'esperienza formativa. È esattamente il fenomeno su cui si sta lavorando: lo stesso che, in riunione, impedisce alle persone di dire ciò che pensano.
Un esercizio che lo tiene in conto nel disegno funziona. Uno che lo ignora si blocca sul primo "chi vuole provare?".
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