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Sicurezza psicologica

La sicurezza psicologica non si dichiara. Si modella.

In una sessione con un leadership team è successa una cosa che non dimentico.

Il manager più senior del gruppo, quello con più esperienza, quello a cui tutti guardavano per capire come comportarsi, ha preso la parola.

Non per presentare un risultato. Non per dare una direttiva.

Per dire che aveva preso una decisione sbagliata.

Una decisione precisa, con un impatto preciso sul team. L'aveva presa tre mesi prima. Aveva avuto segnali che qualcosa non funzionava, e li aveva ignorati, perché cambiare rotta avrebbe significato ammettere l'errore.

Quel giorno lo ha detto davanti a tutti.

In sala è calato un silenzio strano. Non imbarazzato: sorpreso. Le persone non erano abituate a vedere qualcosa del genere.

Poi è successa una cosa che non mi aspettavo, almeno non così in fretta.

Nei giorni successivi le segnalazioni di errori sono aumentate in modo evidente.

Non perché tutti avessero cominciato a sbagliare di più. Perché qualcuno aveva dimostrato che si poteva: che ammettere un errore non distrugge la credibilità, non compromette la posizione, non ha conseguenze negative.

Quel leader aveva abbassato il costo di esporsi per tutti gli altri. Non con una policy. Non con una comunicazione interna. Con un comportamento.

È uno dei principi più potenti che ho osservato in anni di lavoro con le organizzazioni.

La sicurezza psicologica non si dichiara. Si modella.

E il comportamento di chi guida, nei momenti in cui potrebbe difendersi e invece si espone, è il segnale più forte che un'organizzazione possa ricevere su ciò che è davvero permesso.

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