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Sicurezza psicologica

"Vogliono che stiamo bene. Ma fuori da qui."

Ho lavorato con un'organizzazione che aveva tutto. Welfare, mindfulness, programmi di benessere tra i più strutturati che avessi mai visto.

Eppure, parlando con le persone, emergeva qualcosa di stonato.

Nessuno portava i problemi al proprio responsabile. Le riunioni producevano silenzio e accordo. Gli errori non venivano risolti: sparivano. Chi aveva qualcosa da dire aspettava il corridoio, la pausa caffè, il messaggio privato.

Ho capito cosa stava succedendo quando una persona me lo ha detto con una chiarezza disarmante.

"È come se l'azienda ci dicesse: vogliamo che tu stia bene, ma fuori da qui. Qui dentro ti stressiamo, fuori ti rilassi."

Il welfare era reale. L'attenzione alle persone era sincera. Ma le condizioni in cui quelle persone lavoravano ogni giorno non erano cambiate. Il modo di guidare, le norme implicite su cosa si poteva dire, il costo percepito di esporsi: tutto uguale.

L'azienda stava alleviando lo stress. Non ne stava rimuovendo le cause.

Sono due interventi diversi. Entrambi utili. Ma non intercambiabili.

Un programma di benessere non sostituisce la sicurezza psicologica. La completa, quando le condizioni di lavoro sono già cambiate. Quando le persone si sentono libere di parlare dentro, non solo di rilassarsi fuori.

Altrimenti è un cerotto su una frattura.

Pulito. Visibile. Insufficiente.

Volete capire cosa rende difficile parlare, nella vostra organizzazione?

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